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Il giorno in cui smetti di aspettare: la decisione operativa che cambia il futuro

  • salvatoreval71
  • 29 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Esiste un momento preciso, nella vita di ognuno, in cui smettiamo di aspettare che qualcuno creda in noi.

Non è una scena da film. Non c’è una musica di sottofondo, non c’è un’illuminazione improvvisa o un romanticismo particolare. È qualcosa di molto più intimo, profondo e, a tratti, destabilizzante. È una presa di coscienza silenziosa che si riassume in un’unica, inevitabile certezza: se non lo faccio io, non lo farà nessuno.


Io ci ho messo anni a capirlo, anche se ho iniziato presto a scontrarmi con questa realtà. Perché la verità, per quanto possa essere scomoda da accettare, è che il mondo esterno non è sempre pronto a fare il tifo per noi. Non sempre intorno a noi troviamo persone capaci di vederci davvero, di sostenerci o di incoraggiarci. A volte, questo supporto manca proprio da parte di chi dovrebbe darcelo per primo.

È esattamente in quel vuoto che ci troviamo davanti al primo, vero bivio della nostra vita.


Le due strade: la trappola dell'alibi o il rischio della scelta

Quando ci accorgiamo di essere soli davanti ai nostri desideri, la mente ci mette a disposizione due percorsi opposti.


  • La prima strada è quella apparentemente più comprensibile, quasi comoda. Consiste nel continuare a spiegarsi il motivo per cui non siamo diventati ciò che volevamo essere. Ci si siede a tavolino con il proprio passato e si stila l'elenco dei colpevoli.

  • La seconda strada è la più difficile. Consiste nel decidere che, nonostante tutto quello che è successo – o che non è successo –, possiamo ancora diventarlo.


Il problema è che la prima strada ha una forza di attrazione magnetica. A 30, 40, 50 anni, moltissime persone continuano a raccontarsi la stessa identica storia. Ripensano ai torti subiti, agli errori commessi, alle mancanze di chi avrebbe dovuto proteggerli o valorizzarli.

E, senza rendersene conto, costruiscono un’intera identità attorno a quel dolore.

In questo modo non si cresce: ci si giustifica.


Si tratta di una forma sofisticata di protezione psicologica. Se la colpa del mio fallimento o della mia immobilità è di qualcun altro (del mercato, del passato, della famiglia), allora io sono salvo. Non devo espormi. Non devo rischiare. Non devo mettermi davvero in gioco. Ma questa protezione ha un prezzo devastante: la rinuncia totale alla propria possibilità di felicità e realizzazione.


La differenza tra il terreno e la pianta

La realtà, spogliata dalle nostre narrazioni difensive, è allo stesso tempo più semplice e più dura. I genitori, il passato, le esperienze che abbiamo vissuto hanno un peso? Certamente sì. Ci influenzano, ci formano, a volte ci feriscono.


Ma influenzare non significa determinare.


Per capire questo concetto, dobbiamo pensare alla differenza enorme che c’è tra il terreno e la pianta:

Il terreno può essere imperfetto, arido, roccioso o difficile. Ma il terreno non decide cosa diventerà la pianta. Quella responsabilità, a un certo punto dello sviluppo, torna esclusivamente alla pianta stessa.

Qui si innesta la regola più scomoda di tutte, una di quelle verità che non si trovano nei manuali di crescita personale a buon mercato:


se non credi in te stesso, nessuno lo farà al posto tuo.


Non è una frase motivazionale da appendere al muro. È una legge empirica. Le persone, nel lavoro come nella vita privata, non credono in ciò che non vedono. E non possono vedere ciò che tu stesso, per primo, non sostieni e non metti in mostra.


Credere in se stessi è una decisione operativa

Dobbiamo quindi smitizzare il concetto stesso di "autostima". Credere in se stessi non è un atto emotivo. Non significa svegliarsi la mattina sentendosi invincibili, forti, sicuri e pronti a conquistare il mondo.


Credere in se stessi è una decisione operativa.


Significa, concretamente:

  • Smettere di aspettare che arrivi dall'esterno la conferma del proprio valore.

  • Agire e muoversi anche quando non ci sono garanzie di successo.

  • Assumersi il rischio di essere all’altezza di qualcosa che, forse, non si è ancora del tutto, ma che si può diventare solo provandoci.


Soprattutto, decidere operativamente significa smettere di usare il passato come spiegazione o giustificazione del presente. Perché finché lo fai, stai camminando con il freno a mano tirato, scegliendo consapevolmente di non muoverti.


Il coraggio non è quella dote mitologica caratterizzata dall'assenza di paura. Il coraggio è semplicemente la paura che cammina. È la capacità di muovere il passo successivo anche se le gambe tremano.


Il punto non è mai cosa ti è successo in passato o chi non ha creduto in te. Il punto focale, l'unico che conta davvero per il tuo blog, per il tuo lavoro e per la tua vita, è questo: cosa scegli di farci, oggi, con quello che hai?


Questa è la parte più difficile, ma anche la più liberatoria. Perché è la parte che nessuno, tranne te, può fare al tuo posto.

 
 
 

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